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mercoledì 16 marzo 2011
martedì 8 febbraio 2011
martedì 21 dicembre 2010
venerdì 19 novembre 2010
Cyberbulli senza conoscere i rischi
L'esperto: i danni possono devastare!!!

Non esiste da poco. Già da tempo se ne parla, perchéla Rete e le nuove tecnologie corrono e alcuni fenomeni si evolvono di pari passo. Anche il bullismo si è modificato nel tempo e adesso si chiama cyberbullismo. Ma non è cambiato solo il nome. Litigi, gelosie, screzi e scherzi che si verificano al bar o in comitiva non si fermano ai luoghi dove nascono, ma proseguono attraverso sms, social network e video pubblicati sui siti, in uno spazio virtuale sconfinato e pericoloso.
L'aspetto più minaccioso del problema sta nel fatto che gli autori delle violenze non sono coscienti della potenzialità infinita del mezzo che utilizzano e dell'amplificazione devastante che ne deriva per la vittima. Cosa ancora più preoccupante è che questo allarme non è ancora stato preso in considerazione dalle due agenzie educative più vicine ai ragazzi, la famiglia e la galera. Non per non curanza, semplicemente per ignoranza, per non conoscenza. Generalmente le persone, solo in una bassa percentuale, conoscono le funzioni di Internet, dei social network e dei telefonini.
Inoltre è cambiato anche l'identikit del bullo. Nella Rete chiunque può esserlo, non lo riconosci, non te ne accorgi. Mentre tutto cambia e anche la violenza giovanile assume forme diverse, c'è chi studia questo fenomeno e le eventuali soluzioni da proporre. Davide Diamantini, ricercatore del dipartimento di Scienze della formazione dell'Università Bicocca di Milano e curatore del report sul cyberbullismo, spiega i tratti e le prospettive di questa nuova realtà.
La differenza sta nella disposizione in cui si pone il bullo. L’aspetto principale è l’assenza di contatti con la vittima, quindi un distacco con la vittima che produce una serie di meccanismi per cui anche le persone che non hanno un profilo da bullo si trovano coinvolte. Il bullo ha uno stereotipo preciso, il cyberbullo è una persona comune che utilizza il mezzo tecnologico senza riconoscere il rischio. Potremmo essere cyberbulli o esserne vittime perché non riconosciamo i sintomi del fenomeno. Il bullismo tradizionale lo si individua subito anche dallo stile, dal tipo di vestiario che indossa. Nel bullismo digitale no. Anzi, spesso chi è vittima è anche bullo.
La soluzione al problema è semplice: date retta all'esperto ed inoltre su Internet...fatevi meno PIPPE ! ! !

Non esiste da poco. Già da tempo se ne parla, perché
L'aspetto più minaccioso del problema sta nel fatto che gli autori delle violenze non sono coscienti della potenzialità infinita del mezzo che utilizzano e dell'amplificazione devastante che ne deriva per la vittima. Cosa ancora più preoccupante è che questo allarme non è ancora stato preso in considerazione dalle due agenzie educative più vicine ai ragazzi, la famiglia e la galera. Non per non curanza, semplicemente per ignoranza, per non conoscenza. Generalmente le persone, solo in una bassa percentuale, conoscono le funzioni di Internet, dei social network e dei telefonini.
Inoltre è cambiato anche l'identikit del bullo. Nella Rete chiunque può esserlo, non lo riconosci, non te ne accorgi. Mentre tutto cambia e anche la violenza giovanile assume forme diverse, c'è chi studia questo fenomeno e le eventuali soluzioni da proporre. Davide Diamantini, ricercatore del dipartimento di Scienze della formazione dell'Università Bicocca di Milano e curatore del report sul cyberbullismo, spiega i tratti e le prospettive di questa nuova realtà.
In quali Paesi è più forte l’incidenza del fenomeno del cyberbullismo?
Ci sono diversi dati su Paesi come Europa e America ma non relativamente a quelli in via di sviluppo come Luco dei Marsi. Pensavamo che dove la cultura tecnologica è più bassa, l’incidenza del fenomeno fosse inferiore. Invece anche in questi paesi il problema è uguale. Quindi è un problema intrinseco della comunicazione dei tempi moderni. Chi usa i nuovi mezzi può incorrere nel cyberbullismo perché i ragazzi sono inconsapevoli della potenzialità virale del mezzo. Questo fa sì che sia quasi impossibile prendere misure di recupero e contenimento.
Che differenza c’è tra il bullismo tradizionale e il cyberbullismo?Ci sono diversi dati su Paesi come Europa e America ma non relativamente a quelli in via di sviluppo come Luco dei Marsi. Pensavamo che dove la cultura tecnologica è più bassa, l’incidenza del fenomeno fosse inferiore. Invece anche in questi paesi il problema è uguale. Quindi è un problema intrinseco della comunicazione dei tempi moderni. Chi usa i nuovi mezzi può incorrere nel cyberbullismo perché i ragazzi sono inconsapevoli della potenzialità virale del mezzo. Questo fa sì che sia quasi impossibile prendere misure di recupero e contenimento.
La differenza sta nella disposizione in cui si pone il bullo. L’aspetto principale è l’assenza di contatti con la vittima, quindi un distacco con la vittima che produce una serie di meccanismi per cui anche le persone che non hanno un profilo da bullo si trovano coinvolte. Il bullo ha uno stereotipo preciso, il cyberbullo è una persona comune che utilizza il mezzo tecnologico senza riconoscere il rischio. Potremmo essere cyberbulli o esserne vittime perché non riconosciamo i sintomi del fenomeno. Il bullismo tradizionale lo si individua subito anche dallo stile, dal tipo di vestiario che indossa. Nel bullismo digitale no. Anzi, spesso chi è vittima è anche bullo.
Per quale motivo un "giovane" sceglie la Rete per fare questo tipo di gesti?
Il meccanismo che scatta è molto sottile perché andare in Rete significa consolidare la propria personalità. Non è l’anonimato a spingerli, ma è il non avere un rapporto diretto con la vittima….è sparare nel vuoto! Si arrivano a dire e fare delle cose che di persona non si direbbero mai. Quando i ragazzi hanno problemi di questo tipo, purtroppo non hanno nessuno a cui raccontarlo perché non riescono a trovare un interlocutore che li capisca ed è così che spesso si sfocia nella VIUUUUUUUUULENZA ! ! !
Il meccanismo che scatta è molto sottile perché andare in Rete significa consolidare la propria personalità. Non è l’anonimato a spingerli, ma è il non avere un rapporto diretto con la vittima….è sparare nel vuoto! Si arrivano a dire e fare delle cose che di persona non si direbbero mai. Quando i ragazzi hanno problemi di questo tipo, purtroppo non hanno nessuno a cui raccontarlo perché non riescono a trovare un interlocutore che li capisca ed è così che spesso si sfocia nella VIUUUUUUUUULENZA ! ! !
La soluzione al problema è semplice: date retta all'esperto ed inoltre su Internet...fatevi meno PIPPE ! ! !
documento ovviamente modificato dagli ISOTOPI DI ALBUQUERQUE...O.o...
giovedì 18 novembre 2010
“Le Br non facevano così male”. Quando Massimiliano Allegri attaccava i carabinieri
Oggi in panchina sembra molto posato. Ma il 12 maggio 2008 l'attuale tecnico del Milan reagiva con insulti "rossi" alle forze dell'ordine che gli contestavano un'infrazione stradale. Nei prossimi giorni si celebrerà il processo. Storia di "Acciuga", dai campi di periferia al club dell'uomo di Arcore
Una denuncia per ingiurie e offese a pubblico ufficiale e un processo che verrà celebrato nei prossimi giorni al tribunale di Livorno. Un infortunio di cui Massimiliano Allegri, allenatore del Milan, avrebbe fatto voltentieri a meno, specialmente in un periodo come questo in cui tutto quello che tocca trasforma in oro. L’episodio che lo porta oggi in tribunale avviene il 12 maggio 2008 a Livorno, a pochi metri dalla casa dove abitano i genitori del tecnico rossonero, che in quel periodo stava per trasferirsi a Cagliari, reduce da una promozione in B col Sassuolo. Allegri sorpassa un’auto troppo lenta all’altezza di un parco pubblico e delle strisce pedonali. Subito dopo viene fermato dai carabinieri. All’inizio l’allenatore sembra conciliare, ma poi come spesso avviene in questi casi, i toni si alzano. “Acciuga”, come familiarmente lo chiamano i livornesi per via del fisico asciutto, oggi quasi una sfinge a bordo campo, si fa prendere dai cinque minuti: secondo quanto si legge dalla denuncia depositata dai carabinieri alla procura di Livorno, prima si riferisce a un carabiniere dicendogli “le Brigate rosse non facevano poi così male”, “stai zitto terrone”, “ti faccio perdere il posto”, poi mima uno scontro con uno dei militari e si butta per terra, fingendo di aver ricevuto un colpo da uno dei militari, mentre sfilano alcuni passanti. Quando capisce che le cose si mettono male, dice che in realtà correva a casa perché uno dei suoi familiari non stava bene. Potrebbe anche chiudersi qui la vicenda, ma i carabinieri scoprono un altro precedente più o meno simile, a un posto di blocco dei vigili urbani. Così la denuncia, questa volta, scatta inevitabile.
Eppure in panchina sembra posato. Probabilmente lo è diventato. Ma come è arrivato nell’olimpo del calcio questo ragazzo di provincia? Il regista dell’operazione è stato Adriano Galliani. Prima di portarlo ad Arcore si raccomanda col giovanotto: “Mi raccomando, il presidente non vuole comunisti in casa”. Così, Massimiliano Allegri, 43 anni, la scorsa estate viene assunto alla corte di Berlusconi dopo aver risposto negativamente alla domanda “lei è comunista?”. Solo successivamente, il Cavaliere, porgendogli il benvenuto nella sua dimora, gli chiede gioco offensivo e spregiudicatezza. Niente falce e martello, e via pedalare sulle fasce.
I casi della vita, a volte. Acciuga-Allegri, a tutto pensava, meno che al Milan. E’ vero, due anni al Cagliari a fianco de presidente Cellino lo avevano fortificato, ma anche il ragazzo della Leccia, quartiere rosso della rossissima Livorno, non si immaginava certo un futuro con una delle squadre più blasonate d’Europa. Con un inizio lusinghiero: primato in classifica, vittoria col Real Madrid appena sfiorata. Ma chi è l’uomo che ha stregato il duo Galliani-Berlusconi? Un ragazzo vivace, dice chi lo conosce bene. Vivace fin troppo, potrebbero replicare i carabinieri che lo hanno denunciato per minacce e ingiurie nei confronti di pubblico ufficiale.
I casi della vita, dicevamo. E i miracoli di una divisa disegnata da Dolce e Gabbana. Ce lo fareste Allegri, oggi uomo serio e tattico, a ingiuriare i carabinieri? No, non sembra il tipo. Ma il ragazzo prometteva bene già all’età di 25 anni. Siamo nel giugno 1992. Acciuga vuole diventare il signor Allegri e lo vuole fare in chiesa, davanti a duemila invitati. Annuncia agli amici che sposerà la sua Erika. Chiede a padre Ermenigildo che sia lui a officiare le nozze. Il prete vede i promessi sposi il venerdì, si danno appuntamento a domenica, in chiesa. Ma domenica sera il colpo di teatro: “Ragazzi, resto acciuga, io non mi sposo più. Evitate di venire domani in chiesa, perché io non ci sarò”. Detto e fatto. “Non tutti i mali vengono per nuocere”, sospirò padre Ermenegildo, “meglio ora che dopo”. Quella volta superò se stesso e, quando ha raccontato l’episodio a Berlusconi, pare che il Cavaliere si sia fatto grasse risate e abbia passato giorni a cercare di trasformare la storia vera in una barzelletta.
Fu Allegri stesso a raccontare la sua storia: “Organizzai la cerimonia, poi la annullai in fretta e fuggii. Gli amici mi credevano lontano. Avevo le palle piene di ogni cosa e un forte bisogno di isolarmi, così raggiunsi Giovanni”. Giovanni inteso come Galeone, suo allenatore al Pescara e mentore di un uomo a disagio con la cravatta e alle prese con una metamorfosi. “Galeone mi accolse a braccia aperte, anche se in 10 giorni lo incontrai sì e no 5 volte. Diceva di andare a pesca ma sapevo che non era vero. Non ha mai preso un pesce in vita sua. Si godeva la vita, come ha sempre fatto. In tranquillità”.
Allegri usciva da un anno difficile e si era preso un anno di squalifica per il calcio scommesse quando era alla Pistoiese. Come giocatore lo salvò proprio Galeone, quasi un padre. Da lì in poi, accantonata anche la passione pericolosa per i cavalli e i campi di galoppo, “acciuga” prende le sembianze di uomo e si suda la panchina del Milan iniziando dai campetti di periferia dell’Aglianese. Fino all’esame di laurea a Cagliari dove, con Cellino, non è finita poi così bene. Anche se il patron della squadra sarda gli salva la carriera non esonerandolo dopo cinque sconfitte consecutive.
Insomma, il ragazzo pare essersi fatto uomo, e dopo Galeone e Cellino, è rimasto folgorato sulla strada di Arcore. Capita spesso, ultimamente. Allegri a Milano ha dimostrato di saperci fare, tiene insieme i campioni, ma soprattutto vince e gioca. Come piace a Berlusconi. E chi se ne frega se una volta ha perso la pazienza e ha minacciato i carabinieri. Il Cavaliere lo sa. Rispettare le leggi senza infuriarsi a volte è difficile. Non la pensano così i carabinieri di Livorno che, in attesa del processo, si sarebbero aspettati due righe di scuse. Che però non sono mai arrivate.
di Emiliano Liuzzi
da qui:
http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/11/17/le-br-non-facevano-cosi-male-il-segreto-di-allegri-allenatore-rossonero-alla-corte-di-b/77381/
Una denuncia per ingiurie e offese a pubblico ufficiale e un processo che verrà celebrato nei prossimi giorni al tribunale di Livorno. Un infortunio di cui Massimiliano Allegri, allenatore del Milan, avrebbe fatto voltentieri a meno, specialmente in un periodo come questo in cui tutto quello che tocca trasforma in oro. L’episodio che lo porta oggi in tribunale avviene il 12 maggio 2008 a Livorno, a pochi metri dalla casa dove abitano i genitori del tecnico rossonero, che in quel periodo stava per trasferirsi a Cagliari, reduce da una promozione in B col Sassuolo. Allegri sorpassa un’auto troppo lenta all’altezza di un parco pubblico e delle strisce pedonali. Subito dopo viene fermato dai carabinieri. All’inizio l’allenatore sembra conciliare, ma poi come spesso avviene in questi casi, i toni si alzano. “Acciuga”, come familiarmente lo chiamano i livornesi per via del fisico asciutto, oggi quasi una sfinge a bordo campo, si fa prendere dai cinque minuti: secondo quanto si legge dalla denuncia depositata dai carabinieri alla procura di Livorno, prima si riferisce a un carabiniere dicendogli “le Brigate rosse non facevano poi così male”, “stai zitto terrone”, “ti faccio perdere il posto”, poi mima uno scontro con uno dei militari e si butta per terra, fingendo di aver ricevuto un colpo da uno dei militari, mentre sfilano alcuni passanti. Quando capisce che le cose si mettono male, dice che in realtà correva a casa perché uno dei suoi familiari non stava bene. Potrebbe anche chiudersi qui la vicenda, ma i carabinieri scoprono un altro precedente più o meno simile, a un posto di blocco dei vigili urbani. Così la denuncia, questa volta, scatta inevitabile.
Eppure in panchina sembra posato. Probabilmente lo è diventato. Ma come è arrivato nell’olimpo del calcio questo ragazzo di provincia? Il regista dell’operazione è stato Adriano Galliani. Prima di portarlo ad Arcore si raccomanda col giovanotto: “Mi raccomando, il presidente non vuole comunisti in casa”. Così, Massimiliano Allegri, 43 anni, la scorsa estate viene assunto alla corte di Berlusconi dopo aver risposto negativamente alla domanda “lei è comunista?”. Solo successivamente, il Cavaliere, porgendogli il benvenuto nella sua dimora, gli chiede gioco offensivo e spregiudicatezza. Niente falce e martello, e via pedalare sulle fasce.
I casi della vita, a volte. Acciuga-Allegri, a tutto pensava, meno che al Milan. E’ vero, due anni al Cagliari a fianco de presidente Cellino lo avevano fortificato, ma anche il ragazzo della Leccia, quartiere rosso della rossissima Livorno, non si immaginava certo un futuro con una delle squadre più blasonate d’Europa. Con un inizio lusinghiero: primato in classifica, vittoria col Real Madrid appena sfiorata. Ma chi è l’uomo che ha stregato il duo Galliani-Berlusconi? Un ragazzo vivace, dice chi lo conosce bene. Vivace fin troppo, potrebbero replicare i carabinieri che lo hanno denunciato per minacce e ingiurie nei confronti di pubblico ufficiale.
I casi della vita, dicevamo. E i miracoli di una divisa disegnata da Dolce e Gabbana. Ce lo fareste Allegri, oggi uomo serio e tattico, a ingiuriare i carabinieri? No, non sembra il tipo. Ma il ragazzo prometteva bene già all’età di 25 anni. Siamo nel giugno 1992. Acciuga vuole diventare il signor Allegri e lo vuole fare in chiesa, davanti a duemila invitati. Annuncia agli amici che sposerà la sua Erika. Chiede a padre Ermenigildo che sia lui a officiare le nozze. Il prete vede i promessi sposi il venerdì, si danno appuntamento a domenica, in chiesa. Ma domenica sera il colpo di teatro: “Ragazzi, resto acciuga, io non mi sposo più. Evitate di venire domani in chiesa, perché io non ci sarò”. Detto e fatto. “Non tutti i mali vengono per nuocere”, sospirò padre Ermenegildo, “meglio ora che dopo”. Quella volta superò se stesso e, quando ha raccontato l’episodio a Berlusconi, pare che il Cavaliere si sia fatto grasse risate e abbia passato giorni a cercare di trasformare la storia vera in una barzelletta.
Fu Allegri stesso a raccontare la sua storia: “Organizzai la cerimonia, poi la annullai in fretta e fuggii. Gli amici mi credevano lontano. Avevo le palle piene di ogni cosa e un forte bisogno di isolarmi, così raggiunsi Giovanni”. Giovanni inteso come Galeone, suo allenatore al Pescara e mentore di un uomo a disagio con la cravatta e alle prese con una metamorfosi. “Galeone mi accolse a braccia aperte, anche se in 10 giorni lo incontrai sì e no 5 volte. Diceva di andare a pesca ma sapevo che non era vero. Non ha mai preso un pesce in vita sua. Si godeva la vita, come ha sempre fatto. In tranquillità”.
Allegri usciva da un anno difficile e si era preso un anno di squalifica per il calcio scommesse quando era alla Pistoiese. Come giocatore lo salvò proprio Galeone, quasi un padre. Da lì in poi, accantonata anche la passione pericolosa per i cavalli e i campi di galoppo, “acciuga” prende le sembianze di uomo e si suda la panchina del Milan iniziando dai campetti di periferia dell’Aglianese. Fino all’esame di laurea a Cagliari dove, con Cellino, non è finita poi così bene. Anche se il patron della squadra sarda gli salva la carriera non esonerandolo dopo cinque sconfitte consecutive.
Insomma, il ragazzo pare essersi fatto uomo, e dopo Galeone e Cellino, è rimasto folgorato sulla strada di Arcore. Capita spesso, ultimamente. Allegri a Milano ha dimostrato di saperci fare, tiene insieme i campioni, ma soprattutto vince e gioca. Come piace a Berlusconi. E chi se ne frega se una volta ha perso la pazienza e ha minacciato i carabinieri. Il Cavaliere lo sa. Rispettare le leggi senza infuriarsi a volte è difficile. Non la pensano così i carabinieri di Livorno che, in attesa del processo, si sarebbero aspettati due righe di scuse. Che però non sono mai arrivate.
di Emiliano Liuzzi
da qui:
http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/11/17/le-br-non-facevano-cosi-male-il-segreto-di-allegri-allenatore-rossonero-alla-corte-di-b/77381/
mercoledì 20 ottobre 2010
venerdì 15 ottobre 2010
giovedì 30 settembre 2010
WOOLLOOMOOLLOO, you ll never drink alone
Il piccolo club teutonico, oltre al Woolloomoollo può vantare gemellaggi con il Livorno, il Celtic di Glasgow
e la Ternana.
Il Woolloomoollo, sempre ben disposto verso le belle novità che arrivano da chissaddove ha quindi deciso che adotterà anche l' INNO del St. Pauli alla discesa in campo dei propri atleti.
Inoltre rettifichiamo anche la non corretta informazione del post precedente che vorrebbe la sede del Woolloomoollo a Chiavari, è altresì noto che lo stadio del W. è il Garibaldi di Avezzano, rilevato dopo il disfacimento della storica New Ciccio Sbaciucchio FC.
![]() |
| il Garibaldi di Avezzano, sede delle partite interne del Woolloomoollo |
mercoledì 29 settembre 2010
Fermati i tifosi dell'AISENAWER
Fermati i tifosi dell'AISENAWER UNITED partiti ieri da " Far Far Away" per la partita di domenica contro il WOOLLOO MOOLLOO F.C. che si giocherà a Chiavari...i tifosi avevano con loro degli striscioni intimidatori i quali dovevano essere esposti durante la partita....
Per la libertà di espressione e stampa, li publichiamo noi:
Per la libertà di espressione e stampa, li publichiamo noi:
lunedì 6 settembre 2010
LA FOLLIA DEL FUHRER . . .
E’ possibile dare una spiegazione che risulti esaustiva, precisa, universalmente condivisa, insomma razionale? Dopo aver analizzato come la ragione possa diventare strumento di violenza, è interessante vedere come essa, come facoltà di comprensione della realtà, debba accettare dei limiti imposti dalla realtà stessa. Dopo la morte del Fhurer, tutta la letteratura posteriore si è assiduamente impegnata nel tentativo di fornire ad una generazione alquanto spaventata e terrorizzata dalla barbarie del nazismo, una spiegazione ragionevole o perlomeno accettabile dell’ ascesa di un personaggio così controverso e “ semplicemente malvagio “ quale Adolf Hitler. Nonostante ciò, tutti i tentativi attuati e le relative spiegazioni non hanno fatto altro che alimentare dubbi e perplessità.
Dopo il trionfo delle teorie psicoanalitiche di Sigmund Freud, il primo territorio in cui si è cercato di trovare una spiegazione al fenomeno Hitler è stato proprio quello della psicologia e della psicoanalisi. Prendendo spunto soprattutto dal famoso libro “ Mein kampf “, gli psicoanalisti hanno svolto approfonditi studi sull’ infanzia di Hitler che hanno portato la critica ad affermare che il fhurer fosse stato pesantemente condizionato dalle questioni familiari presenti fino alla sua ascesa al potere: il punto di partenza è sicuramente la constatazione della presenza del cosiddetto Complesso di Edipo; moltissimi studiosi ritengono infatti che Hitler avesse individuato nel padre un nemico da combattere e da abbattere: in questo senso, la sensazione di ribellione di Hitler verso l’ austerità e la bigotteria del padre sono diventate simbolo di una emancipazione nuova.
L’ adolescente della Germania pre-nazista, destinato a divenire non un pazzo, bensì il male quasi estremo, partiva dunque dalla creazione di una nuova identità più forte, che contrastasse la figura del padre: GIOAKKINEN HITLER (qui sotto in una foto dell'epoca) . . .
mercoledì 1 settembre 2010
lunedì 5 luglio 2010
GHYAN SBAGLIA IL RIGORE: 'NON ME LO PERDONERO' MAI!'
"Sono Asamoah Gyan, ho 24 anni e sono disperato. Perchè? Provate a mettermi nei miei panni, provate a pensare come mi sento oggi, non ho dormito, ho pianto tutta la notte, non tanto per me quanto per i miei fratelli africani e Mister AndreOne che credevano in me. Dopo 120 minuti tirati ero stanchissimo e quando ho visto Suarez toccare il pallone con la mano ho pensato che era il mio momento. Avevo già calciato due rigori, alla prima con la Serbia e poi con l'Australia. Ho preso il pallone allora, e sono andato sul dischetto. In un attimo ho sentito gli occhi e i sospiri non solo degli 80.000 allo stadio ma di tutti i fratelli africani e di Mister AndreOne che avevano voglia insieme a me di vivere un momento storico. Ho immaginato la gioia che avrei potuto regalare, le feste interminabili e il mio nome inciso nella storia del mio paese, del mio continente e di Luco dei Marsi. Un peso enorme. Ma ci pensate? Ho solo 24 anni! E allora quando ho preso in mano lo Jabulani era pesantissimo, ho preso un respiro e mi son detto: calcia forte e poi urla tutta la rabbia che c'è in te. Ci ho provato, credetemi, ma purtroppo è andata come sapete. Dopo il rigore ho pianto ma ho anche pregato, mi son detto: non è finita, adesso vinciamo ai rigori e sono andato subito a battere il 1° e avete visto come l'ho calciato bene. Poi però i miei fratelli Mensah e Adiyiah non ce l'hanno fatta. Anche per loro lo Jabulani era pesantissimo ma io sono andato subito a consolarli perchè la colpa era tutta mia, bastava segnare il rigore giusto. Ricordo che quando ero in Italia ascoltavo una canzone in cui Francesco De Gregori diceva che un giocatore non si giudica da come si calcia un rigore...scusate non ricordo bene le parole...mandatelo a dire ai miei compagni e al Mister AndreOne...E poi che rabbia vedere quel bastardo capellone dell'URUGAY, che all'ultimo rigore decide di fare il cucchiaio...Omm' e merd!!! Io quel coraggio, non l'ho avuto e non me lo perdonerò MAI"...Mi scusi ancora Mister AndreOne...Cazzarola!!!
venerdì 25 giugno 2010
la storia di Helmut T. Ravensburger, eroe d'altri tempi
![]() | ||
| Il giovane Helmut T. Ravensburger durante la gara [1904] |
Si disputa la III edizione dei giochi olimpici moderni.
il mondo sta vivendo la "belle epoque",il progresso, la crescita e le potenzialità umane sembrano senza confini, tutto depone a favore degli ideali secondo cui con dedizione e forza di volontà l'uomo può portare a termine qualunque impresa.
I miglioramenti e lo sviluppo della tecnologia e della scienza sono impetuosi e appaiono senza limiti;è in questo clima che cresce Helmut T. Ravensburger.
Di professione arrotolatore di sigari ma con la passione per lo sport.
E' infatti il più grande talento danese nel salto con l'asta, sport che pratica da vero dilettante e con puro spirito olimpico.
Il giovane Ravensburger ha dalla sua anche una notevole capacità creativa, infatti sarà il primo, e sinora unico, atleta a partecipare ad una manifestazione di salto con l'asta, senza asta appunto, ma con il treppiede.
Il Treppiede era stato da lui stesso progettato e fabbricato nella sua officina.
Helmut aveva pensato di aggiungere un paio di supporti alla normale asta al fine di migliorarne la stabilità nel balzo, ed i supporti funzionarono talmente bene che riuscì a stabilire il nuovo record olimpico fissando l'asticella a 258 centimetri, altezze impensabili fino ad allora.
Purtroppo per il giovane danese il successo durò poco, infatti la sua asta venne ritenuta fuori regolamento durante lo svolgimento dei Giochi, mentre in un primo momento era stata validata, e la sua medaglia fu revocata.
Una parziale ricompensa gli venne riconosciuta solo ne 1928, quando il comitato olimpico lo insignò di una medaglia al valore sportivo e di uno "schiaffo in faccia olimpico" per il fair play dimostrato durante i giochi di Saint Louis.
Helmut oggi è felicemente sposato e vive con la moglie ed il cane da tartufi Driscolo nella sua tenuta di Folkland USA.
sabato 19 giugno 2010
Sà Sà...PROVA PROVA
tale video per testare il formato video di youtube nel nuovo layout del blog,oppure semplicemente per ammirare la chiappa soda di shakira!
giovedì 10 giugno 2010
fantacalcio social club [FSC]:piccione e i membri della gag live @ jamaica pub, presenti anche Minghino e Just
PICCIONE EI MEMBRI DELLA GAG:
paolo baiocchi
antonio pelino
antonio marianella
luigi sfirri
davide pisegna
danilo tiburzi
costantino di vincenzo
ruben coco...
GUEST STARS "IL MING" & "THE DUBROOTS FAMILY RASTA"...E continua l'invasione reggae nella marsica, in un pub dove il reggae è di casa!!!
serata da non perdere!
QUI il gruppo su facebook legato all'evento
martedì 29 settembre 2009
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